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Chi sono

Sociologa e storico delle religioni, traduttrice, consulente tecnico scientifico e pubblicista scientifica.

Mi occupo di pluralismo culturale ed etnico, radicalismo religioso, bioetica, comunicazione e problematiche legate all’occupazione e alla crisi economica, conseguenze sociali della globalizzazione.

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Riflessioni

Sociologia delle arti figurative

Riflessioni presentate per la mostra Donne Artiste presso BACS sociologists.artists a cura di P. Bonardi

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Il femminile. Il visibile e l’invisibile (Nebulae I) installazione di Silvia Beccaria

La presenza femminile è un velo diafano e impalpabile, costellato di candidi fiocchi che lacerano la trama, come nevischio su un vetro. Il profilo è netto e si staglia chiaramente, la testa leggermente reclinata in un atteggiamento pudico e pensieroso.

Sono rimasta molto colpita dalla figura trasparente e delicata, ma allo stesso tempo forte nel suo candore, che invita a chiederci: chi e come sono le donne nella società presente? Come si percepiscono le donne oggi?

La trasparenza è sinonimo di una presenza-assenza, un silenzio che si fa messaggio. Il bianco è il colore del foglio vuoto, che chiede alla penna di essere riempito di contenuto vivo.

Il retaggio di una promessa di emancipazione tradita è la fragile presenza nel mondo della vita pubblica e la nostalgia del focolare, dove la donna un tempo trovava il suo ambiente privilegiato. Il rifiuto dei ruoli tradizionali è una cesura generazionale che impedisce il continuo storico, laddove la vera emancipazione dovrebbe consistere in un arricchimento, uno sviluppo progressivo che porti a una liberazione, non in uno svuotamento angoscioso.

Costretta in muove gabbie, la donna non trova se stessa ma nuova alienazione. Si osserva come in uno specchio e non riesce a comprendere l’entità della propria presenza nel mondo e il valore della propria persona, diversa dall’uomo ma di pari dignità. Non aver saputo definire, all’interno di un capitalismo sempre più sfrenato, la peculiarità dell’essere femminile, sia psichico che fisico, ha portato a uno svilimento che facilmente porta a regredire alle epoche della donna serva dell’uomo e sua semplice appendice domestica.

Imprigionata in un ruolo non suo, come simulacro della sua controparte maschile, essa è ormai ridotta a una maschera, ma mantiene le sue qualità in forma di velo sottile. Il suo volto è chiaro e netto, benché reclinato e quasi sottomesso, i suoi tratti un po’ induriti ma ancora indubbiamente femminili.

La fragilità della trama è solo apparente, essa resiste nei secoli, in grado di cambiare e ravvivarsi, il suo destino non ancora scritto. L’essere trasparente vuole essere vivificato, tingersi dei colori del mondo, sollevare il volto in un sorriso.

La libertà non è mai nell’inseguire l’altro. Inseguendo l’altro non troveremo noi stessi.

L’opera di Silvia Beccaria non è solo un invito alla riflessione, ma anche e soprattutto un invito a ripensare l’essere donna oggi, quasi una richiesta di intervento.

Senza mai perdere il candore e la delicatezza della donna-nebulosa, la dolcezza del suo collo e la mirabile sottigliezza della trama.

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Crinolina installazione di Ornella Rovera

L’opera rappresenta un indumento-gabbia, a denuncia delle sofferenze e della coercizione inflitta nel passato alle donne. La domanda spontanea è: ce ne siamo veramente liberate?

La moda femminile continua a mostrarsi preferibilmente volta alla costruzione di un’immagine, spesso artefatta, irrispettosa della corporeità e della comodità che i liberi movimenti richiedono. Gli abiti ridisegnano un corpo dai contorni non umani, disfunzionali, quasi a voler cancellare la vita per sostituirla con un involucro vuoto. La tanto celebrata bellezza femminile è in realtà una costruzione, in disprezzo di ciò che la donna realmente è.

L’epoca di Coco Chanel, desiderosa di restituire all’eleganza una corporeità reale e ai movimenti la loro naturalezza, ha segnato una rivoluzione nella vita delle donne, proprio nel momento in cui le classi meno agiate poteva iniziare a permettersi un stile nel vestiario.

In poco tempo si è poi passati al cattivo gusto del corpo esibito, fino al look anoressico inflitto alle contemporanee. Il corpo, come identificativo esteriore della persona e sua interfaccia con il mondo esterno, è di nuovo negato. La negazione avviene in varie forme nel susseguirsi delle epoche storiche. La stessa mascolinizzazione dei modelli femminili ne è un chiaro esempio. Nel suo presentarsi simile all’uomo, la donna nega se stessa.

Ma il corpo non è negato in quanto tale, non la carne in sé viene disprezzata, esso è negato nell’elemento di femminilità che esso rivela. Anche la carne esibita si trasforma paradossalmente nella sua negazione, alienandone il contenuto privato e intimo essa si presenta come morta sui banconi delle macellerie, quando non sostituita da silicone docilmente plasmato.

L’artista ci mostra una gabbia vuota, un’assenza. L’assenza del corpo è assenza della persona in tutte le sue parti costitutive.

Ripercorrendo la storia della moda e dei modelli di bellezza femminile possiamo giungere a una conclusione stupefacente: se la donna in carne ed ossa, anima e corpo femminili sono negati, è perché sono segno di una umanità poco manipolabile: la donna in sé è rivoluzionaria.

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Rikordi installazione di Ivona Verbanac

L’opera è la fotografia di un tulle finemente ricamato con macchie rosse ai margini, su sfondo rosso e nero.

Colpisce la delicatezza sottile dell’immagine centrale in contrasto con il nero e rosso, colori forti e contrastanti. Eros e Thanatos si contendono lo splendido tessuto bianco lavorato, in una lotta senza fine. Il tessuto rimane intonso, solo l’immagine è macchiata di rosso.

Il ricamo è stato tradizionalmente il lavoro meticoloso delle donne. La loro creatività si esprimeva un tempo soprattutto nella produzione di ornamenti per impreziosire le stoffe che avrebbero abbellito le persone o gli arredamenti domestici. L’immagine ci insinua la nostalgia di un’arte e una bellezza perduta, con la delicatezza e la dolcezza a cui la donna non dovrebbe mai rinunciare. Un lavoro al giorno d’oggi poco valorizzato, non in linea con le esigenze consumistiche della nostra epoca.

Il conflitto tra capitale e lavoro è ormai giunto all’apice, tanto più strenuo quanto più taciuto. Esso ha eroso il terreno della delicatezza femminile, trasformando le stesse donne in automi produttivi e poco remunerati. Il lavoro destinato all’autoproduzione e autoconsumo, per i corredi familiari, il lavoro eseguito con amorosa meticolosità per perseguire bellezza fine a se stessa, il lavoro che è arte sembra ormai perduto.

E così è perduto il modello di una donna la cui bellezza delicata non è in vendita, né umiliata da una mascolinità imposta socialmente e culturalmente. La dolcezza dei volti è sostituita da trucco sempre più aggressivo, le forme femminili negate dalle mannequin anoressiche sulle passerelle e dalla sempre più pervasiva pornografia. Le dita delle donne si sono indurite come rami secchi, battono automaticamente e violentemente la tastiera, sfregiate da artigli di resina sintetica laccate e perforate senza pietà.

Ma il titolo dell’opera, Rikordi, ci suggerisce che ciò che esiste nella memoria non è realmente perduto. Esso è ancora là, a disposizione, nelle bacheche del vintage, nel nostro retaggio culturale, inciso nel nostro stesso DNA. Un retaggio indistruttibile che è un monito, un sospiro nostalgico e una viva speranza.